Patent Box: qualche considerazione

Patent-BoxOra che i decreti attuativi del cd “Patent Box” sono stati varati, è possibile fare qualche commento su questo strumento (in realtà il Decreto attuativo è del 31 Luglio 2015 ma il Provvedimendo dell’Agenzia delle Entrate circa l’esercizio dell’opzione Patent Box è del 10 Novembre 2015).

Molte pagine internet descrivono questo provvedimento, non è dunque cruciale analizzarlo qui nel dettaglio. Diciamo schematicamente che si tratta di uno strumento che consente una forte defiscalizzazione dei redditi derivanti dallo sfruttamento della Proprietà Intellettuale. In particolare, esso prevede una tassazione agevolata dei redditi derivanti da Beni Immateriali,  o insieme degli stessi se correlati, e in particolare di: 1) Software protetto; 2) Brevetti concessi o in corso di concessione; 3) Marchi  registrati o in corso di domanda; 4) Disegni e Modelli; 5)Informazioni aziendali (Know How). Lo strumento è disponibile per Imprenditori soggetti a Reddito d’Impresa (IRES – IRAP) che svolgono attività di R&D. Sono escluse le società semplici, associazioni professionali ed imprese assoggettate a procedure concorsuali.

A mio parere questo provvedimento, seppur interessante, è passibile di qualche critica, nonché di qualche osservazione generale. Ecco qui in ordine sparso:

I. Mancata regia europea 

Il Patent Box, non è di origine europea. L’Italia lo ha mutuato da esperienze straniere (le prime due giurisdizioni a introdurlo 15 anni fa furono Irlanda e Francia). E’ un peccato che l’UE per ora si tenga fuori da questi temi, specialmente tenendo conto del suo recente attivismo in altri ambiti legati alla PI. Per esempio, si vedano le discussioni attualmente in corso per l’introduzione di un copyright europeo e i recenti sviluppi in tema di brevetti .

II. Defiscalizzazione ancora insufficiente 

In un paese come il nostro, caratterizzato da una spropositata imposizione fiscale, la defiscalizzazione di parte dei profitti da sfruttamento della PI è sicuramente una buona cosa. In particolare le riduzioni sono le seguenti: Per il 2015, tassazione ridotta del 30% (21% circa); per il 2016, tassazione ridotta del 40% (18% circa); dal 2017, tassazione ridotta del 50% (15%) circa.

Tuttavia, essendo l’aumento della competitività del paese in ambito IP uno degli obiettivi della riforma, era lecito aspettarsi di più dato che altri paesi fanno molto meglio. Ad esempio (fonte Banardò e Zanardo: http://www.barzano-zanardo.com/pagine.php?idx=274&pd=274):

Paesi Bassi: Il Patent Box riguarda i brevetti e altri beni immateriali  che derivano da spese di ricerca e sviluppo qualificate.  É prevista un’aliquota di imposta effettiva del 5%.

Gran Bretagna: il  Patent  Box  riguarda  principalmente  i  brevetti.  É prevista un’aliquota di imposta effettiva del 10%.

Belgio: il  Patent  Box  riguarda  principalmente  i  brevetti.  É prevista un’aliquota di imposta effettiva variabile tra 0 e 6,8%.

Lussemburgo: il Patent Box riguarda brevetti, software, diritti d’autore e marchi. È’ prevista un’aliquota di imposta effettiva del 5,8%.

Spagna: Il  Patent  Box  riguarda  brevetti,  disegni  e  modelli, formule, processi e know-how. É prevista un’aliquota di imposta effettiva variabile tra 6 e 15%.

Francia: Il  Patent  Box  riguarda  principalmente  i  brevetti.  É prevista un’aliquota di imposta effettiva del 15%.

III. Perché i marchi?

L’inclusione dei marchi nel Patent Box ha sollevato un certo dibattito e non senza ragione. Questa misura è stata presa per “trattenere” in Italia i marchi di grosse multinazionali specialmente della moda e del lusso in generale. Tuttavia, un marchio in sé: a) non scade mai, contrariamente ai brevetti. Ne consegue che si sta di fatto dando un privilegio eterno ai fortunati beneficiari; b) il marchio non è il prodotto di un’attività inventiva e dei pesanti sacrifici e investimenti che ne conseguono. Non vedo quindi ragione di remunerare così tanto un asset relativamente economico come un marchio nella stessa misura con cui remuneriamo i brevetti. Ciò si ricollega al punto 2. Infatti, se si fosse ridotta la platea di coloro che possono beneficiare del patent box, forse sarebbe stato possibile aumentare la defiscalizzazione per i titolari di brevetto.

IV. E le start-up?

Mi sarei aspettato un minimo di considerazione per le piccole imprese innovative, in special modo quelle che fondano il loro business su un solo brevetto o prototipo, cioè quelle piccole, spesso guidate da giovani brillanti e volenterosi (anche se spesso a corto di budget). Ha senso trattare nello stesso modo piccole realtà innovative e grosse multinazionali del R&D?

V. No compiacimento

Non pensiamo che sia sufficiente l’IP. Le imprese innovative devono essere attirate con nuove politiche in loro favore ad ampio spettro. Questa manovra, che si inserisce a pieno titolo nella politica industriale del nostro Paese, deve essere affiancata da un globale abbassamento delle tasse sul reddito d’impresa e sul lavoro. Un taglio alla burocrazia sarebbe ben altresì ben accetto. Infine, una lotta contro i mali atavici del sistema Italia, primo tra tutti la corruzione, va portata avanti con determinazione. Sono fattori come questi, infatti, che rendono meno forte l’Italia.

Lo strano caso della “Libertà di Panorama”

È tempo di riforme per il diritto d’autore nell’Unione Europea. Su impulso dell’eurodeputata tedesca Julia Reda, il Parlamento sta discutendo le linee guida, non vincolanti, che la Commissione Europea dovrà tenere in considerazione per presentare, entro la fine dell’anno, un progetto di riforma dell’attuale direttiva sull’armonizzazione delle leggi nazionali sul copyright (2001/29/EC). Giustamente, questa direttiva non è più considerata adeguata ad un mondo in cui sui soli social networks circolano milioni e milioni di informazioni, materiali coperti da copyright, semplici foto scattate con smartphone ecc…

Il Parlamento ha delineato una serie di obiettivi che la riforma dovrà raggiungere. L’intera impalcatura si basa su due punti principali. Il primo, consiste, per l’appunto, nell’aggiornare il diritto europeo perché resti al passo coi tempi; il secondo, nel salvaguardare e promuovere un giusto bilanciamento tra gli interessi e le garanzie dei titolari del copyright e quelli degli utenti.

In questo dibattito, di per sé poco appassionante per i non addetti lavori, è risaltato con forza il tema della cosiddetta “Libertà di Panorama”. Questa, cito non a caso da Wikipedia per una ragione che si chiarirà tra poco, è “una limitazione del diritto d’autore che consente di scattare e riprodurre fotografie di edifici, opere e luoghi pubblici senza infrangere diritto d’autore di alcuno.

Tale prerogativa appare intuitivamente una regola di buonsenso, più che un’eccezione al diritto di copyright. E infatti di norma la legge nazionale di diversi paesi europei e extra-europei la ammette in senso più o meno ampio. Anche se alcuni Stati sono più restrittivi, come per esempio l’Italia [modifica inserita a seguito dell’ottima segnalazione di Nemobis, vedi i commenti].

In Francia, la Tour Eiffel può essere fotografata soltanto durante il giorno ed è illegale pubblicare immagini delle installazioni di luce scattate di notte perché a proteggerle è il copyright. Attenzione! Adesso sapete che tutti i vostri amici che di ritorno da una gita romantica a Parigi hanno scattato delle foto agli spettacoli di suoni e luci della tour Eiffel sono dei poco-di-buono.

Non a caso, è stato proprio un europarlamentare francese, Jean-Marie Cavanda a sollevare la questione circa il futuro della libertà di panorama nel diritto europeo. Egli ha proposto il seguente emendamento: “l’uso commerciale delle fotografie, del materiale video o altre immagini delle opere che sono posizionate in modo permanente in luoghi pubblici fisici deve essere sempre soggetto ad autorizzazione preventiva dell’autore o dell’intermediario che agisce per loro conto”.

Questa proposta ha subito scatenato le proteste di diversi soggetti, tra i quali Wikipedia, che non tollera che le foto pubblicate sul suo sito non siano riutilizzabili per qualsiasi fine; associazioni di fotografi free-lance; promotori e difensori della libertà del web ecc… La questione è seria. Dal mio punto di vista una limitazione alla libertà di panorama sarebbe da un lato inutile e dall’altro dannosa. Ma andiamo con ordine. In generale, possiamo individuare tre problemi principali.

  1. Problema giuridico. Quali sono i comportamenti scorretti? Si dice che un’eventuale restrizione della libertà di panorama colpirebbe solo coloro che fanno un uso commerciale delle foto dei monumenti o edifici protetti. Ma che cosa vuol dire fare un uso commerciale? Se vendo abusivamente delle cartoline la questione è evidente. Ma quanti di voi sanno che mettere una foto su Facebook potrebbe costituire un uso commerciale di quest’ultima? Questo social network, infatti, sulla base delle sue condizioni generali di utilizzo, si riserva il diritto di utilizzare in qualsiasi modo i contenuti postati dagli utenti. Si potrebbero fare molti altri esempi analoghi. In primo luogo, ciò pone un problema di conoscibilità del diritto. Per esempio, io non sapevo di questa prerogativa di Facebook prima di leggere gli atti dei dibattiti nel Parlamento Europeo. Può un utente di Facebook sobbarcarsi l’onere di informarsi su queste questioni prima di postare le foto delle proprie vacanze? Oppure, poniamo che io sia un fotografo amatoriale. Metto a disposizione le mie foto gratuitamente sul mio sito. Però sono bravo, il mio sito conta tante visite e quindi per coprire qualche costo ho messo dei banner pubblicitari sulla mia pagina. Sto indirettamente lucrando sulle foto postate. Quindi sono a rischio.
  2. Problema soggettivo. Chi colpire? Poniamo che chiunque volesse fotografare la torre di Pisa dovesse avere un’autorizzazione. Dubito che i turisti o i semplici fotografi amatoriali, che sono tanti, correranno a richiederla. E allora, chi colpire? Il rischio grosso è che, come è avvenuto con la lotta alla pirateria musicale e video, si colpiscano i bersagli grossi. Solo che qui non stiamo parlando di piattaforme controverse come MegaUpload ma, per esempio, di Wikipedia o, perché no, Trip Advisor oppure l’amato/odiato Facebook. Cioè chiunque diffonda o comunque metta a disposizione materiali protetti da copyright teoricamente sfruttabili da terzi a fini commerciali.
  3. Problema oggettivo. Come mettersi in regola? Che cosa vuol dire che bisogna ottenere la preventiva autorizzazione del titolare del diritto d’autore? E se voglio fotografare l’ultima creazione dell’archi-star X, cosa devo fare? Mostrare il nullaosta al più vicino vigile urbano?

Il Parlamento europeo, come spesso avviene quando non si trova un accordo e non si sa che pesci pigliare, ha deciso di essere “d’accordo nel non essere d’accordo”. Cioè, la bozza prevede che tutto resti così com’è e che ogni singolo Stato dell’Unione possa decidere come regolare ed eventualmente limitare la libertà di panorama.

Dal canto mio, mi permetto di trarre delle conclusioni basate solamente su quelli che sono il due fili conduttori che, secondo il Parlamento Europeo, devono ispirare la riforma e cioè, come già detto: 1) la compatibilità col mondo digitale; 2) il bilanciamento degli interessi in gioco.

Ora, una norma che se applicata in modo estensivo potrebbe teoricamente colpire chiunque posti determinate foto sui social network, su un blog, su un’enciclopedia on-line eccetera non è in linea con nessuno di questi due canoni, a maggior ragione ai nostri giorni in cui chiunque può filmare o scattare foto con il suo telefono cellulare. Penso quindi che la libertà di panorama dovrebbe, anzi, diventare uno standard nel futuro copyright europeo. L’alternativa è di avere una normativa-spaventapasseri che probabilmente verrà ignorata dei più perché non compresa, come spesso avviene con la disciplina della pirateria musicale, per esempio. A farne le spese di tanto in tanto saranno presumibilmente i bersagli grossi, più facili da colpire e più forti economicamente per pagare i risarcimenti, magari in solido coi singoli contraffattori.