Lo strano caso della “Libertà di Panorama”

È tempo di riforme per il diritto d’autore nell’Unione Europea. Su impulso dell’eurodeputata tedesca Julia Reda, il Parlamento sta discutendo le linee guida, non vincolanti, che la Commissione Europea dovrà tenere in considerazione per presentare, entro la fine dell’anno, un progetto di riforma dell’attuale direttiva sull’armonizzazione delle leggi nazionali sul copyright (2001/29/EC). Giustamente, questa direttiva non è più considerata adeguata ad un mondo in cui sui soli social networks circolano milioni e milioni di informazioni, materiali coperti da copyright, semplici foto scattate con smartphone ecc…

Il Parlamento ha delineato una serie di obiettivi che la riforma dovrà raggiungere. L’intera impalcatura si basa su due punti principali. Il primo, consiste, per l’appunto, nell’aggiornare il diritto europeo perché resti al passo coi tempi; il secondo, nel salvaguardare e promuovere un giusto bilanciamento tra gli interessi e le garanzie dei titolari del copyright e quelli degli utenti.

In questo dibattito, di per sé poco appassionante per i non addetti lavori, è risaltato con forza il tema della cosiddetta “Libertà di Panorama”. Questa, cito non a caso da Wikipedia per una ragione che si chiarirà tra poco, è “una limitazione del diritto d’autore che consente di scattare e riprodurre fotografie di edifici, opere e luoghi pubblici senza infrangere diritto d’autore di alcuno.

Tale prerogativa appare intuitivamente una regola di buonsenso, più che un’eccezione al diritto di copyright. E infatti di norma la legge nazionale di diversi paesi europei e extra-europei la ammette in senso più o meno ampio. Anche se alcuni Stati sono più restrittivi, come per esempio l’Italia [modifica inserita a seguito dell’ottima segnalazione di Nemobis, vedi i commenti].

In Francia, la Tour Eiffel può essere fotografata soltanto durante il giorno ed è illegale pubblicare immagini delle installazioni di luce scattate di notte perché a proteggerle è il copyright. Attenzione! Adesso sapete che tutti i vostri amici che di ritorno da una gita romantica a Parigi hanno scattato delle foto agli spettacoli di suoni e luci della tour Eiffel sono dei poco-di-buono.

Non a caso, è stato proprio un europarlamentare francese, Jean-Marie Cavanda a sollevare la questione circa il futuro della libertà di panorama nel diritto europeo. Egli ha proposto il seguente emendamento: “l’uso commerciale delle fotografie, del materiale video o altre immagini delle opere che sono posizionate in modo permanente in luoghi pubblici fisici deve essere sempre soggetto ad autorizzazione preventiva dell’autore o dell’intermediario che agisce per loro conto”.

Questa proposta ha subito scatenato le proteste di diversi soggetti, tra i quali Wikipedia, che non tollera che le foto pubblicate sul suo sito non siano riutilizzabili per qualsiasi fine; associazioni di fotografi free-lance; promotori e difensori della libertà del web ecc… La questione è seria. Dal mio punto di vista una limitazione alla libertà di panorama sarebbe da un lato inutile e dall’altro dannosa. Ma andiamo con ordine. In generale, possiamo individuare tre problemi principali.

  1. Problema giuridico. Quali sono i comportamenti scorretti? Si dice che un’eventuale restrizione della libertà di panorama colpirebbe solo coloro che fanno un uso commerciale delle foto dei monumenti o edifici protetti. Ma che cosa vuol dire fare un uso commerciale? Se vendo abusivamente delle cartoline la questione è evidente. Ma quanti di voi sanno che mettere una foto su Facebook potrebbe costituire un uso commerciale di quest’ultima? Questo social network, infatti, sulla base delle sue condizioni generali di utilizzo, si riserva il diritto di utilizzare in qualsiasi modo i contenuti postati dagli utenti. Si potrebbero fare molti altri esempi analoghi. In primo luogo, ciò pone un problema di conoscibilità del diritto. Per esempio, io non sapevo di questa prerogativa di Facebook prima di leggere gli atti dei dibattiti nel Parlamento Europeo. Può un utente di Facebook sobbarcarsi l’onere di informarsi su queste questioni prima di postare le foto delle proprie vacanze? Oppure, poniamo che io sia un fotografo amatoriale. Metto a disposizione le mie foto gratuitamente sul mio sito. Però sono bravo, il mio sito conta tante visite e quindi per coprire qualche costo ho messo dei banner pubblicitari sulla mia pagina. Sto indirettamente lucrando sulle foto postate. Quindi sono a rischio.
  2. Problema soggettivo. Chi colpire? Poniamo che chiunque volesse fotografare la torre di Pisa dovesse avere un’autorizzazione. Dubito che i turisti o i semplici fotografi amatoriali, che sono tanti, correranno a richiederla. E allora, chi colpire? Il rischio grosso è che, come è avvenuto con la lotta alla pirateria musicale e video, si colpiscano i bersagli grossi. Solo che qui non stiamo parlando di piattaforme controverse come MegaUpload ma, per esempio, di Wikipedia o, perché no, Trip Advisor oppure l’amato/odiato Facebook. Cioè chiunque diffonda o comunque metta a disposizione materiali protetti da copyright teoricamente sfruttabili da terzi a fini commerciali.
  3. Problema oggettivo. Come mettersi in regola? Che cosa vuol dire che bisogna ottenere la preventiva autorizzazione del titolare del diritto d’autore? E se voglio fotografare l’ultima creazione dell’archi-star X, cosa devo fare? Mostrare il nullaosta al più vicino vigile urbano?

Il Parlamento europeo, come spesso avviene quando non si trova un accordo e non si sa che pesci pigliare, ha deciso di essere “d’accordo nel non essere d’accordo”. Cioè, la bozza prevede che tutto resti così com’è e che ogni singolo Stato dell’Unione possa decidere come regolare ed eventualmente limitare la libertà di panorama.

Dal canto mio, mi permetto di trarre delle conclusioni basate solamente su quelli che sono il due fili conduttori che, secondo il Parlamento Europeo, devono ispirare la riforma e cioè, come già detto: 1) la compatibilità col mondo digitale; 2) il bilanciamento degli interessi in gioco.

Ora, una norma che se applicata in modo estensivo potrebbe teoricamente colpire chiunque posti determinate foto sui social network, su un blog, su un’enciclopedia on-line eccetera non è in linea con nessuno di questi due canoni, a maggior ragione ai nostri giorni in cui chiunque può filmare o scattare foto con il suo telefono cellulare. Penso quindi che la libertà di panorama dovrebbe, anzi, diventare uno standard nel futuro copyright europeo. L’alternativa è di avere una normativa-spaventapasseri che probabilmente verrà ignorata dei più perché non compresa, come spesso avviene con la disciplina della pirateria musicale, per esempio. A farne le spese di tanto in tanto saranno presumibilmente i bersagli grossi, più facili da colpire e più forti economicamente per pagare i risarcimenti, magari in solido coi singoli contraffattori.

Musei in franchising? Forse una buona idea

Ha suscitato abbastanza interesse la notizia che alcuni importanti musei del mondo hanno deciso di adottare il modello del franchising per aprire succursali in altri continenti. In particolare, il Louvre e il Guggenheim si stanzieranno ad Abu Dhabi.

Naturalmente l’Italia ha subito guardato a se stessa avendo un patrimonio museale sconfinato. Che pensare di un distaccamento degli Uffizi fuori dall’Italia? La questione si è subito posta con il sindaco di Firenze Nardella che ha cominciato a sondare la possibilità di aprire una succursale della principale pinacoteca del mondo in Cina.

Il franchising in sé non è uno strumento nuovo. E questo è ovvio. La cosa insolita invece è l’applicazione di tale modello non alle multinazionali della moda, della ristorazione ecc… bensì al settore museale. In un certo senso questo accostamento, fortemente creativo, lede l’idea tradizionale del museo come un polo di cultura fortemente localizzato, stabile ed immutabile come i capolavori che contiene. Inoltre, sarà avversato da coloro che non vedono di buon occhio l’accostamento cultura/business.

Tuttavia, aldilà delle considerazioni pratiche che si fanno e cioè che allestire un buon franchising non è facile, costa e così via, ci sono alcune considerazioni che si possono fare in favore di questo progetto:

1) Se uno dei fini di un museo è quello di diffondere la cultura il più possibile, in modo aperto e democratico, in un mondo globalizzato tale filosofia dovrebbe anch’essa globalizzarsi. Avvicinare i musei a persone che vivono in diverse parti del mondo è, quindi, assolutamente in linea con questo spirito. Consentirebbe a persone che per diverse ragioni, politiche, economiche ecc… non possono allontanarsi troppo dalla loro terra di fruire comunque dell’arte italiana.

2) In questo periodo lo spettro delle differenze culturali e dello “scontro tra civiltà” è estremamente dibattuto e sventolato. Il tema talvolta si pone. Il problema è che a sventolarlo sono spesso le persone sbagliate come estremisti e demagoghi. Diffondere la cultura nazionale italiana, che spesso all’estero e soprattutto in estremo oriente tende a essere sovrapposta con il concetto stesso di cultura occidentale, aiuterebbe a costruire ponti in un periodo in cui ve n’è molto bisogno. In questo senso non è una cattiva idea, già peraltro messa in atto da diversi musei, quella di creare una specie di doppio binario con i musei di arte italiana in Italia che dedicano spazio a mostre di arte non occidentale.

3) È risaputo che le più prestigiose pinacoteche italiane hanno sotterranei che scoppiano di opere che seppur non di primissimo piano (e probabilmente in Italia possiamo concederci il lusso di adottare un concetto decisamente distorto di “opera di primo piano”) sono interessanti. Aprire succursali sarebbe sicuramente un buon modo per valorizzare questi esempi di patrimonio culturale.

4) Il patrimonio culturale, questo blog lo ripete ossessivamente, dovrà diventare inevitabilmente uno dei primi asset strategici del paese. Competere nel settore dell’internazionalizzazione dell’arte con/contro i maggiori musei del mondo va nella giusta direzione per lo sviluppo del paese nei decenni a venire.

Il dibattito su questo tema è cominciato da poco ma è interessante e conviene seguirlo con interesse.

Come funziona il British Museum?

Il nuovo Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha lungamente parlato, nel suo discorso di insediamento,  della necessità di valorizzare il patrimonio culturale ed artistico del nostro Paese. Sperando che alle parole seguano i fatti, cerchiamo di dargli qualche consiglio prendendo ispirazione da quello che probabilmente è il museo meglio gestito del mondo. Il British Museum di Londra.

Fondato nel 1753, oggi vanta 7 milioni di visitatori all’anno che ne fanno il secondo museo più visitato del mondo e una collezione di circa 8 milioni di oggetti. L’ingresso è gratuito, quindi senza coda. Si fa cassa con il molto merchandising; le donazioni private e le membership, remunerate con molti servizi; la grande capacità di vendere l’immagine; il buon ristorantino al centro della corte, recentemente ammodernato, e le tante mostre temporanee che sono in grado di far parlare di sé in tutto il mondo. Cito solamente l’ultima dedicata a Pompei che ho visitato personalmente. I curatori del museo sono riusciti a procurarsi tutti i reperti essenziali, per capirci quelli che si trovano su un qualsiasi libro di scuola, dimostrando una capacità di accattivare il pubblico che solo una grande e profonda conoscenza del campo può permettere.

Magia? Forse l’organizzazione del museo ci può insegnare qualcosa. Esso è un’istituzione supervisionata e sponsorizzata dal Dipartimento della Cultura, Media e Sport ma dotato di estrema indipendenza. Piccola chiosa. Suddetto Dipartimento esiste dal 1992 e non è mai stato abolito, rinominato, modificato ecc… né da governi di destra né di sinistra. Negli ultimi 22 anni è rimasto uguale a se stesso e stabile, se non potenziato in occasione delle Olimpiadi del 2012.

Il direttore dell’istituzione è Neil MacGregor. Scozzese, laurea in Storia dell’Arte a Oxford, in Filosofia all’Ecole Normale Supérieure di Parigi e in Giurisprudenza ad Edimburgo. Divenne professore e critico d’arte di grande successo vincendo numerosi riconoscimenti.

E’ sufficiente? No, perché anche uno degli uomini più brillanti d’Inghilterra deve superare una prova pratica. Fatto. Nel 1987 fu nominato direttore della National Gallery riportando notevoli successi e acquisendo molta popolarità. Per questo, nell’Agosto 2002 assunse l’incarico al British Museum. Ma non era un encomio perché… all’epoca il BM andava molto male con 5 milioni di sterline di buco da ripianare.

E’ sufficiente? No, perché MacGregor non ha a sua disposizione i soldi! Essi, infatti, sono nelle mani di 25 trustee cioè soggetti che gestiscono il patrimonio a beneficio del museo e sotto la loro responsabilità. Al direttore spetta un compito più ingrato: deve fare i conti e riferire al Governo. Quindi, non ha materiale disponibilità dei fondi ma è lui che mette la faccia davanti alle istituzioni politiche. Il fatto che i trustee siano 25 costituisce un’ulteriore garanzia. 25 teste rendono più difficile la commissione di atti folli o semplicemente disonesti. È il modo migliore per conservare lo stato di cose anche costo di essere un po’ lenti nell’azione. Ma parlando di soldi ci può anche stare.

Il confronto con l’Italia è imbarazzante.

Partiamo dai numeri. Secondo le ultime classifiche dei musei d’arte per numero di visitatori (The Art Newspaper, Aprile 2013), l’Italia appare solo al sesto posto con i Musei Vaticani che, per altro, non appartengono allo Stato Italiano. La Galleria degli Uffizi di Firenze appare ad un vergognoso 21° posto, surclassata, per capirci, dal National Palace Museum di Taipei (7° posto) e dal National Museum of Korea di Seoul (12° posto). Annualmente ha un quinto dei visitatori del Louvre (2 milioni scarsi contro 10 milioni). E possiamo capirlo. Ma quando scopriamo che ha un terzo dei visitatori di un museo di sola arte, ed arte “difficile”, come il MoMa di New York (6 milioni), qualche domanda sorge.

Il MAXXI di Roma, Museo Nazionale delle Arti del XXI° Secolo, inaugurato in pompa magna in un ambiente faraonico firmato dall’archistar Zaha Hadid è persino fuori dalla Top 100. Per buone ragioni. Descritto come una “scatola vuota” e oggetto di desolanti recensioni di turisti italiani su TripAdvisor, è in effetti uno spazio deserto privo di un’autentica mostra permanente.

Il confronto tra un gigante come MacGregor, uomo di successo nel campo dell’arte sia come teorico che come manager, e la presidentessa della fondazione MAXXI Giovanna Melandri è persino offensivo (per il primo, ovviamente). Quest’ultima, economista di formazione e con incarichi ministeriali nello sport (?) e nei beni culturali (???) non è mai riuscita a smentire le accuse di lottizzazione politica che sarebbero alla base della sua altrimenti inspiegabile nomina. Il tutto condito con una figuraccia. Disse che avrebbe lavorato per la fondazione a gratis ma fu sbugiardata qualche giorno dopo dal Corriere della Sera. 

La morale della storia è che non basta promettere soldi (che non ci sono) per il rilancio della cultura italiana. A parte il fatto che, guardando come stanno le cose, bisognerebbe predisporre un piano per il salvataggio della nostra arte (altro che rilancio!), gli uomini giusti possono fare cose giuste anche in situazioni finanziarie difficili. Se proprio non ce la facciamo ad uscire dalle logiche della lottizzazione politica delle sovrintendenze e delle fondazioni, chiediamo a un manager straniero, piuttosto. Dopotutto, nessuno è perfetto. 12 anni fa, persino il British Museum era in crisi nera. OLYMPUS DIGITAL CAMERA