Musei in franchising? Forse una buona idea

Ha suscitato abbastanza interesse la notizia che alcuni importanti musei del mondo hanno deciso di adottare il modello del franchising per aprire succursali in altri continenti. In particolare, il Louvre e il Guggenheim si stanzieranno ad Abu Dhabi.

Naturalmente l’Italia ha subito guardato a se stessa avendo un patrimonio museale sconfinato. Che pensare di un distaccamento degli Uffizi fuori dall’Italia? La questione si è subito posta con il sindaco di Firenze Nardella che ha cominciato a sondare la possibilità di aprire una succursale della principale pinacoteca del mondo in Cina.

Il franchising in sé non è uno strumento nuovo. E questo è ovvio. La cosa insolita invece è l’applicazione di tale modello non alle multinazionali della moda, della ristorazione ecc… bensì al settore museale. In un certo senso questo accostamento, fortemente creativo, lede l’idea tradizionale del museo come un polo di cultura fortemente localizzato, stabile ed immutabile come i capolavori che contiene. Inoltre, sarà avversato da coloro che non vedono di buon occhio l’accostamento cultura/business.

Tuttavia, aldilà delle considerazioni pratiche che si fanno e cioè che allestire un buon franchising non è facile, costa e così via, ci sono alcune considerazioni che si possono fare in favore di questo progetto:

1) Se uno dei fini di un museo è quello di diffondere la cultura il più possibile, in modo aperto e democratico, in un mondo globalizzato tale filosofia dovrebbe anch’essa globalizzarsi. Avvicinare i musei a persone che vivono in diverse parti del mondo è, quindi, assolutamente in linea con questo spirito. Consentirebbe a persone che per diverse ragioni, politiche, economiche ecc… non possono allontanarsi troppo dalla loro terra di fruire comunque dell’arte italiana.

2) In questo periodo lo spettro delle differenze culturali e dello “scontro tra civiltà” è estremamente dibattuto e sventolato. Il tema talvolta si pone. Il problema è che a sventolarlo sono spesso le persone sbagliate come estremisti e demagoghi. Diffondere la cultura nazionale italiana, che spesso all’estero e soprattutto in estremo oriente tende a essere sovrapposta con il concetto stesso di cultura occidentale, aiuterebbe a costruire ponti in un periodo in cui ve n’è molto bisogno. In questo senso non è una cattiva idea, già peraltro messa in atto da diversi musei, quella di creare una specie di doppio binario con i musei di arte italiana in Italia che dedicano spazio a mostre di arte non occidentale.

3) È risaputo che le più prestigiose pinacoteche italiane hanno sotterranei che scoppiano di opere che seppur non di primissimo piano (e probabilmente in Italia possiamo concederci il lusso di adottare un concetto decisamente distorto di “opera di primo piano”) sono interessanti. Aprire succursali sarebbe sicuramente un buon modo per valorizzare questi esempi di patrimonio culturale.

4) Il patrimonio culturale, questo blog lo ripete ossessivamente, dovrà diventare inevitabilmente uno dei primi asset strategici del paese. Competere nel settore dell’internazionalizzazione dell’arte con/contro i maggiori musei del mondo va nella giusta direzione per lo sviluppo del paese nei decenni a venire.

Il dibattito su questo tema è cominciato da poco ma è interessante e conviene seguirlo con interesse.