Grazie per lo splendido anno!

Pubblico con piacere il rapporto annuale circa l’attività di SpazioPI.

Ringrazio tutti i miei lettori, regolari o saltuari. Grazie a voi, un blog nato per caso nell’autunno del 2013 ha totalizzato una media di circa 3 visite al giorno nell’anno 2014. Un ottimo risultato, siete grandi!

Continuate a seguire SpazioPI su Facebook e Twitter, ci sentiremo molto presto!

Auguro a tutti voi e ai vostri cari Buone Feste e un fantastico 2015

Andrea Zappalaglio

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 940 volte nel 2014. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 16 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Le bombe della Gabanelli e i limiti di un’etichetta

Una recente puntata della trasmissione Report, presentata da Milena Gabanelli, si è occupata del marchio Gucci. Questo produce prodotti commercializzati come “Made in Italy” sbandierando proclami d’eccellenza e disciplinari severissimi. Tuttavia, il programma televisivo ha mostrato come sotto questi marchi si celano talvolta realtà poco chiare, con gli artigiani (loro sì 100% italiani) sottopagati;  manodopera cinese priva di diritti, sottopagata e assunta in nero; controlli allegri.

Le reazioni a questo servizio sono state le solite: Gucci smentisce tutto e accusa Report di dire il falso e di diffamare, Report replica che tutto ciò che è stato mostrato è vero e via così.

Questo post non vuole entrare nel merito del caso specifico e, probabilmente, i fatti riportati in quei venti minuti di trasmissione non possono rappresentare l’intera realtà di un brand di lusso come Gucci. Tuttavia, il servizio è molto istruttivo in quanto ci porta a riflettere sul principale tallone d’Achille dei marchi, delle indicazioni d’origine (“Made in Italy”) e delle certificazioni “d’eccellenza” in generale.

La domanda è la seguente: nomina sunt consequentia rerum? Ci basta vedere un’etichetta per avere l’esatta percezione di ciò che ci sta sotto?

La verità è che i marchi e le certificazioni sono cose fragili. Nel caso portato alla luce da Report si fa vedere come, seppure i beni siano prodotti in Italia e, formalmente, da artigiani italiani, la realtà sostanziale fa storcere il naso.

Il nodo della questione è, in definitiva, che cosa si vuole vendere. Il prodotto? Il marchio? Entrambe le cose? Mi spiego meglio. Dove c’è un’Indicazione Geografica (DOP/IGP) si è in una cornice giuridica che si (pre)occupa del prodotto, del produttore del marchio/nome. Esse, contrariamente ai marchi, non sono proprietà privata. Chiunque voglia usare l’etichetta rossa indicante la Denominazione d’Origine Protetta per commercializzare il suo Aceto Balsamico di Modena può farlo se dimostra di rispettare i disciplinari. Le Indicazioni Geografiche sono come la tessera per accedere a un club di produttori. Il club è di norma gestito da un’associazione/consorzio. Questi sono tutti produttori che agiscono per conto proprio, nel senso che di solito non producono per qualcuno. Ci mettono direttamente la faccia e il fatto di essere parte di un gruppo permette di mettere dei “filtri” alla porta d’ingresso. Del resto, basterebbe un solo furbacchione profittatore per rovinare su scala mondiale la reputazione del Consorzio del Parmigiano Reggiano.

Nel caso Gucci, invece, ho come l’impressione che la vendita del marchio (Gucci) e della semplice indicazione di provenienza (Made in Italy) abbia il predominio sull’effettiva sostanza del bene. Cioè, si sta vendendo il marchio.

Ciò spiega molte cose. Se produrre una borsa costa, tra manodopera e materiali, 35€ circa e viene poi venuta in centro a Milano a più di 800€, vuol dire che c’è chi è disposto a sborsare tali cifre. E se c’è chi è disposto a sborsare tali cifre, vuol dire che il marchio e la sua reputazione sono potenti. Quindi, la differenza tra prezzo di produzione e prezzo di vendita è dovuta al marchio e, in generale, al contenuto immateriale del bene. In altre parole, la multinazionale francese che è proprietaria del marchio “Gucci” sa che il punto cruciale è lucrare sui nomi. Se si promuovono i nomi, anche il prodotto “fisico” accrescerà automaticamente la sua aura di prestigio e quindi il suo appeal commerciale. Raramente l’acquirente si porrà domande sulla natura del bene. La sua natura è Gucci e non c’è nient’altro da sapere.

Come risolvere il problema? Non è cosa facile. Alcuni detrattori delle inchieste di Report sul “Made in Italy” sostengono che se uno si vuole comprare la borsa di Gucci si compra la borsa di Gucci. Punto. Come la borsa viene prodotta non è interessante e comunque è il mercato che decide il successo di un prodotto. E’ un argomento opinabile ma che da un punto di vista egoistico ha una sua logica.

Ciò premesso, alcune alternative possibili difficilmente funzioneranno in pratica, per esempio:

1) Favorire la nascita di consorzi di produttori di artigianato tipico (che per altro esistono già, vd il Vetro di Murano e molti altri). In questo modo, l’artigiano italiano non si trova alla mercé del marchio multinazionale. Questo però porterebbe a dei costi di produzione maggiori con il risultato che gli artigiani si troverebbero con meno lavoro. Ciò metterebbe ancora più a rischio il vero “Made in Italy” perché, per dirla brutalmente, una potente impresa multinazionale troverà sempre qualche cinese sottopagato da far lavorare sul territorio italiano per 15 ore al giorno.

2) Promuovere un controllo statale sui beni “Made in Italy”. Sarebbe molto costoso, difficilmente incisivo e, in ogni caso, un’impresa privata deve avere diritto a gestire la sua produzione come vuole (nei limiti della legge, ovviamente).

Quindi che fare? Sicuramente, il dibattito in Commissione Europea circa l’introduzione di Indicazioni Geografiche per prodotti non-alimentari (come l’artigianato per esempio) è di buon auspicio. In un futuro non troppo lontano potremmo veder nascere un Consorzio del Cuoio Toscano DOP che potrebbe addirittura essere capace di bypassare i grandi marchi internazionali e produrre in proprio (esattamente come il Parmigiano DOP ecc…).

Ma soprattutto, penso che la chiave sia proteggere l’italianità dei marchi nazionali. Se ti occupi di ciò che viene prodotto nel posto in cui sei nato tenderai naturalmente a prestare attenzione ai produttori e al territorio e non solo al primo veicolo di business, cioè al marchio. Insomma, la vicinanza al territorio spinge naturalmente ad adottare una logica “in stile Indicazione Geografica”.

Per chi è interessato, il servizio di Report “Va di Lusso” del 21/12/2014 si può trovare qui: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-86a1bd15-9fae-4c9c-a32e-03ec1e6dd735.html