Marchio Unico Nazionale: una svolta per il Made in Italy?

Da tempo il ministro dell’agricoltura Martina, il presidente di Slowfood Farinetti, Matteo Renzi ed altri affermano, giustamente, che sarebbe ora di razionalizzare le numerose certificazioni di “qualità italiana” presenti sul mercato per adottare un Marchio Unico Nazionale “Prodotto in Italia” (MUN), ossia una certificazione che attesti l’italianità del prodotto per quanto riguarda la manodopera che ci ha lavorato, i materiali utilizzati e così via.

980206_536597793043688_2045133726_oPochi sanno, però, che tale marchio esiste già dal 2009 e fu concepito nel lontano 2004. La storia è la seguente. Nel 2005 il Ministero per lo Sviluppo Economico (MISE) introdusse un bando decennale “Industria 2015” per raccogliere progetti utili per delineare una moderna politica di sviluppo. Il piano per un Marchio Unico Nazionale e della Certificazione Volontaria di Conformità d’Origine e Tipicità Italiana (MUN) venne presentato nel 2011 e si classificò al primo posto. Vennero anche sbloccati fondi per diversi milioni di Euro ma poi tutto si bloccò.

Ora, con l’Expo alle porte, il progetto sembra aver ripreso vigore. Infatti, Sabato 17 Maggio, il Consorzio Conosci di Conflavoro – Confederazione piccole e medie imprese, associazione nazionale che raggruppa circa 35mila imprese italiane attive nei diversi settori del Made in Italy, è divenuto ufficialmente il soggetto gestore per l’assegnazione del Marchio Unico Nazionale. Ciò vuol dire che chiunque vorrà dotarsi del marchio dovrà rispettare determinati requisiti e farsi controllare da questo ente che si farà garante della veridicità del messaggio trasmesso dal marchio. I requisiti paiono interessanti. Innanzitutto, la certificazione si estende a tutti i prodotti Made in Italy (dal cibo alla moda ecc…), contrariamente alla maggioranza delle etichette che si occupa solo di nicchie del mercato. In più, richiede che i beni siano prodotti da manodopera in prevalenza italiana (almeno il 70%) e con materie prime reperite in Italia, se esistenti nel nostro Paese.

Questa iniziativa avrà successo? Secondo il MISE, essa potrebbe portare ad un incremento nei primi 12 mesi del Pil nazionale tra lo 0,8 e l’1,5% per un totale di 300.000 nuovi posti di lavoro, mentre nel secondo anno dall’1,8 al 2,4% con 400.000 posti di lavoro, con l’effetto ulteriore di attrarre imprese straniere, incentivate a produrre in Italia per beneficiare degli effetti del marchio.

Ovviamente speriamo che ciò sia tutto vero. Molto dipenderà da quanta pubblicità sarà fatta al marchio in modo tale che risulti familiare e comprensibile ai consumatori italiani e stranieri. Attualmente il MUN è presente sui principali social networks ma il successo sembra limitato. La sua pagina Facebook ha poco più di 50 “mi piace”, per capirci meno della metà dei “mi piace” di SpazioPI (vedi qui: https://www.facebook.com/pages/Marchio-Unico-Nazionale/265396700163800?fref=ts). Ha anche un sito web (http://www.marchiouniconazionale.org) che risulta in manutenzione da circa 6 mesi. In generale, informazioni tecniche sulla certificazione (come ottenerla, i requisiti dettagliati, i costi ecc…) non sono facilissime da trovare.

Tutto ciò potrebbe essere un po’ poco, però l’EXPO sarà un’occasione irripetibile per lanciare il marchio, speriamo che il Governo e i ministeri competenti collaborino e che questa certificazione, unica nel suo genere e molto ambiziosa, possa decollare.

PS Il tema dell’efficacia di questi marchi ai fini di incrementare lo sviluppo industriale e rurale di un territorio sarà al centro di un intervento che terrò a Dicembre all’Università di Edimburgo. Restate connessi per aggiornamenti.