Il futuro dell’agroalimentare italiano: cosa bolle in pentola?

Expo_2015_MilanoL’Expo di Milano, dedicata all’alimentazione, è alle porte. Il tema non può che interessare un Paese ricco di risorse enogastronomiche come l’Italia. In effetti, pare che vi sia molto che bolle in pentola in questo momento. Speriamo che la buona volontà si trasformi in progetti concreti. Per intanto possiamo spendere qualche parola su almeno tre fronti sui quali si sta discutendo molto: marchio unico per l’agroalimentare; investimenti stranieri; digitalizzazione.

Recentemente il Ministro dell’Agricoltura Martina ha annunciato che in vista dell’Expo si vorrebbe lanciare un marchio unico per l’agroalimentare made in Italy. Non sono ancora stati diffusi dettagli specifici circa questa iniziativa ma si può dire che la direzione sia quella giusta. Per uscire dalla crisi bisogna innanzitutto capire su quali settori puntare e su quali no. Ebbene, l’agroalimentare è un settore su cui investire. Esso vale da solo più del 15% del Pil nazionale e spesso esprime produzioni uniche connesse alla storia e alla cultura del nostro territorio.

Un marchio unico che possa inglobare tutte queste specificità nostrane sarebbe sicuramente una buona idea. Sul piano concettuale si riunirebbero sotto la stessa bandiera tante produzioni diverse, dando un’idea di unità e di un orizzonte culturale comune. Per quanto riguarda poi la pubblicità, l’impatto sarebbe assicurato grazie alla fama di cui godono le nostre produzioni all’estero. Il fatto poi di lanciare tale marchio nell’ambito dell’Expo italiana sarebbe motivo di vanto anche solo per dare l’impressione (speriamo che sia più di un’impressione) di un Paese che sta studiando strategie a lungo termine per uscire dalla crisi.

Altri dati recenti mostrano come sempre più investitori stranieri vogliano investire nelle produzioni italiane e specialmente nell’industria vinicola. In questo caso l’Italia è vittima di un’incomprensibile ansia, riscontrata in passato anche nel settore dei beni culturali, come se lo straniero che crede nell’unicità italiana e porta soldi per conservarla e migliorarla sia una minaccia invece che una risorsa.

Ovviamente tutto ciò non ha senso. Le indicazioni geografiche che proteggono il nostro vino, non badano troppo alla nazionalità degli investitori. Ciò che conta è il luogo di produzione e il fatto che i metodi e processi utilizzati siano quelli che da sempre rendono un prodotto essenzialmente legato alla propria terra d’origine. E’ come un club: entrano i prodotti che hanno i giusti requisiti. Se gli investitori stranieri non vanno a modificare questi processi produttivi, e non c’è ragione che lo facciano, la qualità del prodotto italiano non viene minimamente influenzata. Gli investimenti stranieri in un settore che attira sempre più l’attenzione dei giovani in cerca di un’ occupazione duratura sono una risorsa da sfruttare e non una minaccia da temere. Piuttosto, c’è bisogno di regolamentare questo flusso di capitali introducendo qualche regola e sfoltendo la burocrazia.

Infine, la digitalizzazione. È necessario perfezionare, ampliare e in taluni casi istituire ex novo dei database che fungano da dettagliate enciclopedie di tutti i prodotti tipici italiani, dei loro metodi di produzione e delle loro caratteristiche. Tali database una volta pubblici permetteranno una migliore difesa contro il furto di prodotti e nomi tipici, visto che avrebbero una funzione di pubblicità e, nel caso, fornirebbero la prova della vera natura e della vera provenienza di prodotti spesso falsificati. La tradizione non è affatto disgiunta dall’innovazione tecnologica e dal digitale.

In conclusione, ci sono tanti punti affascinanti su cui il Ministero dell’Agricoltura si può concentrare. Non resta che rilevare, ancora una volta, che tali temi sono di primaria importanza per tornare dopo svariati decenni a formulare un piano di sviluppo di crescita a lungo termine per il nostro Paese. Il primo passo sarebbe quello di capire quali sono le nostre vocazioni naturali. E se fossero queste?