Come funziona il British Museum?

Il nuovo Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha lungamente parlato, nel suo discorso di insediamento,  della necessità di valorizzare il patrimonio culturale ed artistico del nostro Paese. Sperando che alle parole seguano i fatti, cerchiamo di dargli qualche consiglio prendendo ispirazione da quello che probabilmente è il museo meglio gestito del mondo. Il British Museum di Londra.

Fondato nel 1753, oggi vanta 7 milioni di visitatori all’anno che ne fanno il secondo museo più visitato del mondo e una collezione di circa 8 milioni di oggetti. L’ingresso è gratuito, quindi senza coda. Si fa cassa con il molto merchandising; le donazioni private e le membership, remunerate con molti servizi; la grande capacità di vendere l’immagine; il buon ristorantino al centro della corte, recentemente ammodernato, e le tante mostre temporanee che sono in grado di far parlare di sé in tutto il mondo. Cito solamente l’ultima dedicata a Pompei che ho visitato personalmente. I curatori del museo sono riusciti a procurarsi tutti i reperti essenziali, per capirci quelli che si trovano su un qualsiasi libro di scuola, dimostrando una capacità di accattivare il pubblico che solo una grande e profonda conoscenza del campo può permettere.

Magia? Forse l’organizzazione del museo ci può insegnare qualcosa. Esso è un’istituzione supervisionata e sponsorizzata dal Dipartimento della Cultura, Media e Sport ma dotato di estrema indipendenza. Piccola chiosa. Suddetto Dipartimento esiste dal 1992 e non è mai stato abolito, rinominato, modificato ecc… né da governi di destra né di sinistra. Negli ultimi 22 anni è rimasto uguale a se stesso e stabile, se non potenziato in occasione delle Olimpiadi del 2012.

Il direttore dell’istituzione è Neil MacGregor. Scozzese, laurea in Storia dell’Arte a Oxford, in Filosofia all’Ecole Normale Supérieure di Parigi e in Giurisprudenza ad Edimburgo. Divenne professore e critico d’arte di grande successo vincendo numerosi riconoscimenti.

E’ sufficiente? No, perché anche uno degli uomini più brillanti d’Inghilterra deve superare una prova pratica. Fatto. Nel 1987 fu nominato direttore della National Gallery riportando notevoli successi e acquisendo molta popolarità. Per questo, nell’Agosto 2002 assunse l’incarico al British Museum. Ma non era un encomio perché… all’epoca il BM andava molto male con 5 milioni di sterline di buco da ripianare.

E’ sufficiente? No, perché MacGregor non ha a sua disposizione i soldi! Essi, infatti, sono nelle mani di 25 trustee cioè soggetti che gestiscono il patrimonio a beneficio del museo e sotto la loro responsabilità. Al direttore spetta un compito più ingrato: deve fare i conti e riferire al Governo. Quindi, non ha materiale disponibilità dei fondi ma è lui che mette la faccia davanti alle istituzioni politiche. Il fatto che i trustee siano 25 costituisce un’ulteriore garanzia. 25 teste rendono più difficile la commissione di atti folli o semplicemente disonesti. È il modo migliore per conservare lo stato di cose anche costo di essere un po’ lenti nell’azione. Ma parlando di soldi ci può anche stare.

Il confronto con l’Italia è imbarazzante.

Partiamo dai numeri. Secondo le ultime classifiche dei musei d’arte per numero di visitatori (The Art Newspaper, Aprile 2013), l’Italia appare solo al sesto posto con i Musei Vaticani che, per altro, non appartengono allo Stato Italiano. La Galleria degli Uffizi di Firenze appare ad un vergognoso 21° posto, surclassata, per capirci, dal National Palace Museum di Taipei (7° posto) e dal National Museum of Korea di Seoul (12° posto). Annualmente ha un quinto dei visitatori del Louvre (2 milioni scarsi contro 10 milioni). E possiamo capirlo. Ma quando scopriamo che ha un terzo dei visitatori di un museo di sola arte, ed arte “difficile”, come il MoMa di New York (6 milioni), qualche domanda sorge.

Il MAXXI di Roma, Museo Nazionale delle Arti del XXI° Secolo, inaugurato in pompa magna in un ambiente faraonico firmato dall’archistar Zaha Hadid è persino fuori dalla Top 100. Per buone ragioni. Descritto come una “scatola vuota” e oggetto di desolanti recensioni di turisti italiani su TripAdvisor, è in effetti uno spazio deserto privo di un’autentica mostra permanente.

Il confronto tra un gigante come MacGregor, uomo di successo nel campo dell’arte sia come teorico che come manager, e la presidentessa della fondazione MAXXI Giovanna Melandri è persino offensivo (per il primo, ovviamente). Quest’ultima, economista di formazione e con incarichi ministeriali nello sport (?) e nei beni culturali (???) non è mai riuscita a smentire le accuse di lottizzazione politica che sarebbero alla base della sua altrimenti inspiegabile nomina. Il tutto condito con una figuraccia. Disse che avrebbe lavorato per la fondazione a gratis ma fu sbugiardata qualche giorno dopo dal Corriere della Sera. 

La morale della storia è che non basta promettere soldi (che non ci sono) per il rilancio della cultura italiana. A parte il fatto che, guardando come stanno le cose, bisognerebbe predisporre un piano per il salvataggio della nostra arte (altro che rilancio!), gli uomini giusti possono fare cose giuste anche in situazioni finanziarie difficili. Se proprio non ce la facciamo ad uscire dalle logiche della lottizzazione politica delle sovrintendenze e delle fondazioni, chiediamo a un manager straniero, piuttosto. Dopotutto, nessuno è perfetto. 12 anni fa, persino il British Museum era in crisi nera. OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Guglielmo Marconi, le Università e i Trolls

Guglielmo Marconi nasce a Bologna il il 25 Aprile 1874. Il suo grande talento da inventore si palesa a nemmeno vent’anni quando, da quasi totale autodidatta in materie tecniche e fisiche, comincia i suoi esperimenti. L’8 Dicembre 1895, la svolta. Un apparecchio di sua invenzione riesce a trasmettere un segnale da un lato all’altro di una collina. E’ la nascita della radio. Ma Guglielmo non si accontenta. Se si possono attraversare colline, si potranno attraversare anche catene montuose, mari e forse oceani.

Ahimè, i sogni e la determinazione non bastano. Servono i soldi. Marconi scrive al Ministero delle Poste e dei Telegrafi per ottenere fondi. Non ottenne mai risposta. Oggi sappiamo che la lettera finì nei magazzini del ministero con sopra un’annotazione scritta dal Ministro in persona: “alla Longara”. Si riferiva al grande manicomio di Roma sito in Via della Lungara.

I cervelli in fuga di oggi sono in buona compagnia. A 21 anni Guglielmo parte per l’Inghilterra. La fortuna lo assiste per la prima volta (e non sarà l’ultima): sua madre è irlandese e per questo il nostro conosce l’inglese, fatto rarissimo per l’epoca. Prende contatto con l’Ambasciatore del Regno d’Italia a Londra, Annibale Ferrero, il quale lo rassicura sulla possibilità di poter ottenere fondi nell’Impero Britannico, all’epoca al suo apogeo. L’ambasciatore gli dice anche altro: non deve assolutamente far sapere a nessuno delle sue scoperte senza far prima firmare accordi di riservatezza. Non deve fidarsi di nessuno. Meglio se le descrizioni delle invenzioni sono scritte in qualche codice cifrato o comunque non scritte tutte nello stesso documento. Questo è il colpo di fortuna numero due. Forse certe cose ancora sfuggivano al giovane genio.

La concorrenza che sta lavorando su progetti simili a quello di Guglielmo fa davvero paura. Heinrich Hertz, Nikola Tesla, Thomas Edison, Aleksandr Popov. Urge un brevetto. Marconi è furbo. Il 5 Marzo 1886 deposita  a Londra la descrizione di generici “Miglioramenti alla Telegrafia e Rispettivi Apparati”, battendo Popov di soli 21 giorni! Colpo di fortuna numero 3. In seguito, il 2 Giugno, deposita il brevetto del telegrafo senza fili. Vittoria.

Nel 1897 Guglielmo apre la Marconi Wireless Telegraph Company a Chelmsford, in Inghilterra e si prepara a diventare uno degli uomini più ricchi del mondo. Ricapitoliamo: fondi inglesi e prima società aperta in Inghilterra. Il personaggio che il fascismo esalterà, con una discreta faccia di bronzo, come “esempio del superiore genio italico”, non ottenne dall’Italia nessun aiuto. Il resto è noto, nel 1901 manda il primo impulso radio da un capo all’altro dell’Oceano Atlantico e nel 1909 vince il Premio Nobel per la fisica, caso unico per un fisico autodidatta.

Marconi non è un ricercatore. Marconi è un inventore che lavora con il profitto in testa. Un genio solitario alla Leonardo da Vinci, categoria romantica oramai quasi scomparsa, che mira ad ottenere un riscontro pratico per tutto ciò che fa. Come Thomas Edison, divenne ricchissimo brevettando tecnologia, dandola in licenza ed, in generale, tenendo un atteggiamento aggressivo, minacciando cause su cause a chi gli faceva troppa concorrenza. Contrariamente ad un altro genio che lavorava da solo, Albert Einstein, non diede mai grossi segni di altruismo. Era un imprenditore alla Edison o alla Ford, non un professore di fisica teorica.

Questo genere di soggetti, nel gergo dei brevetti, è chiamato Troll. I Trolls sono quelle società che acquistano brevetti fino a collezionarne un discreto portafoglio per poi specularci sopra grazie a licenze e a minacce di cause legali. Però un momento, Marconi inventò certe cose. Non era un mero speculatore. Non acquistò brevetti altrui, per esempio da Università, per poi lucrarci passivamente. Era proprio un cattivone? Forse no. Faceva i suoi interessi. Tutto qui.

Applichiamo questo principio alle Università e ai Centri di Ricerca. Se potessero tenersi i brevetti e lucrarci sopra, avremmo Politecnici e Istituti completamente autosufficienti o quasi. Magari sotto l’ala di ministeri come quello dello Sviluppo Economico e delle Attività Produttive e non di quello dell’Università, che non conta nulla. Invece le realtà che riescono a tenersi i brevetti sono poche. Brevettare costa e anche mantenere i brevetti è molto caro. Manca anche il capitale iniziale per dare il via ad un simile progetto ambizioso. Tuttavia, facciamo finta che invece di fare regali alle banche e di acquistare aerei e sommergibili da guerra cominciassimo a lanciare un progetto con il fine di trasformare i nostri politecnici (tutti, non solo Milano e Torino…) in centri di potere tecnologico che non vendono brevetti ma che se li tengono, li difendono e ci speculano sopra. Sarebbero realtà antipatiche d’accordo. Ma darebbero lavoro a ingegneri, fisici, matematici, chimici e così via. Genererebbero ricchezza e attirerebbero stranieri.

Probabilmente la sto facendo troppo facile e attendo che qualcuno più addentro alle vicissitudini dei nostri centri di ricerca mi smentisca. Però non mi sembra una proposta folle. Cosa ci serve? 1) Un investimento iniziale; 2) una gestione competente e trasparente; 3) meritocrazia; 4) una coordinazione vera ed efficace tra le Università e tutti i ministeri economici e industriali del paese; 5) forse qualcos’altro che mi sfugge. Come siamo messi?