Pompei va giù, i prodotti tipici vanno su e cosa ci insegna questa storia

DopA volte, per avere un’idea di quanto profondamente sbagliate siano le politiche strategiche di un Paese è utile incrociare alcuni fatti di cronaca apparentemente distanti. Notizie buone e notizie cattive.

Cominciamo con quella cattiva: in data 2 Dicembre è stata diffusa la notizia che è crollato un altro pezzo di Pompei, in questo caso un muro di una bottega sulla via Stabiana. L’impatto mediatico di questo ennesimo scandalo è stato minimo, anche se potrei sbagliarmi in quanto da italiano all’estero non guardo i telegiornali e attingo alle informazioni tramite quotidiani online, radio online, blog e così via (qualora la notizia sia stata enfatizzata da qualche emittente pubblica del nostro paese fatemelo sapere commentando qui sotto). Pompei crolla. E’ interessante notare come le migliaia di recensioni lasciate da viaggiatori su Trip Advisor concordino su un punto: il luogo è uno dei più affascinanti del mondo, peccato per tutto il resto. Viene denunciato il degrado, il menefreghismo, i cani randagi, le aree chiuse per rischio crolli. Non è una valutazione molto diversa da quella che si legge riguardo alla Galleria degli Uffizi di Firenze. Ci sono dentro i migliori quadri del mondo ma…… l’istituzione in sé è una pena: disorganizzata e poco internazionale. Di sicuro non all’altezza degli standard della National Gallery di Londra o del Guggenheim di New York (che però è più piccolo), per intenderci. Insomma, mi sembrano i sintomi di un male strutturale diffuso. L’unica differenza è che Pompei può crollare, la Venere del Botticielli, grazie al cielo, no.

La notizia buona è che, secondo l’11° Rapporto Qualivita-Ismea 2013 sulle produzioni agroalimentari italiane DOP-IGP-STG, il settore dei prodotti tipici del Belpaese regge e anzi cresce. Nonostante tutto. Ciò ci dice alcune cose: 1) i consumatori italiani e stranieri (spesso accusati di non capire nulla di cibo) percepiscono distintamente certi prodotti come diversi da quelli non tipici; 2) anche in tempi di crisi non si rinuncia a mangiare e far mangiar bene; 3) non è vero che questi settori di nicchia siano poi così di nicchia.

Mescoliamo queste due notizie e cosa otteniamo? Otteniamo che brancoliamo nel buio. Il settore della cultura (di cui l’Italia è leader con i suoi 49 siti Patrimonio dell’Umanità) e delle produzioni certificate (di cui l’Italia è leader con 261 iscrizioni) è lasciato in fondo quando sarebbe la nostra assicurazione sulla vita per i decenni a venire. Che fare? Non ci sono formule magiche da vendere. Per la cultura, si deve smetterla con i tagli lineari e si deve smetterla di metterla in coda a tutto, persino dopo le spese miliari. Bisogna anche razionalizzare tagliando gli spechi, che sono atroci, e rivedendo il sistema delle sovrintendenze che è distante anni luce dai modelli d’organizzazione d’avanguardia (leggi alla voce “British Museum, Londra”). Per quanto riguarda le produzioni locali, bisogna agire per valorizzare la qualità. Per esempio, ci vogliono maggiori sgravi fiscali per le aziende agricole di piccole dimensioni operanti in regioni non a statuto speciale. Esempio pratico: in provincia di Bolzano si può sopravvivere producendo prodotti caseari partendo da 30-40 bovini. Non è ragionevole che il medesimo tipo di azienda nelle medesime condizioni ma localizzato sulle Alpi piemontesi o lombarde non possa sopravvivere con meno di 120 capi di bestiame. Questi possono essere punti di partenza ma le proposte possono continuare (se ne avete, commentate!).

Qualche politico parla di questi temi da sempre, altri li stanno scoprendo ora. Speriamo che tutto ciò si concretizzi in proposte vere. Non si rimette in piedi il paese senza scelte strategiche a lungo termine. Io non ho dubbi che puntare su Pompei sia puntare sul sicuro. E’ lì da circa 2000 anni, potrebbe durarne altri 2000 (se ci impegniamo un po’).