La Cultura e il Futuro, la Cultura è il Futuro

pompei_napoli1-266x300Stavo lavorando per propinarvi qualche noioso articolo sul legame fra PI e antropologia, quando è apparso sullo schermo del mio computer un messaggio. Un messaggio che sullo sfondo dell’attuale crisi economica e delle negoziazioni della legge di stabilità risalta con grande potenza. Il Fondo Ambiente Italiano dice: “con la cultura si mangia!”

Una crisi economica è un evento drammatico. Una crisi economica delle dimensioni di quella attuale è ancora peggiore. Tuttavia, dovrebbe essere il momento in cui si pianifica il futuro, in cui si compiono scelte strategiche. In un mondo sempre più polarizzato fra produttori di quantità e produttori di qualità e in cui il valore del contenuto intellettuale dei beni supera di gran lunga, nella maggior parte dei casi, il valore del bene fisico in sé, la via che l’Italia dovrebbe seguire è quasi ovvia. Non abbastanza ovvia però, si direbbe. L’Italia, con i suoi prodotti tipici e la sua unica eredità culturale è già di per sé naturalmente dotata per specializzarsi in un’industria, quella dell’arte e delle specialità locali, che diventerà un bene ricercato. Chi se non l’Italia?

Un’Italia capace di puntare su questi beni strategici, unici nel loro genere e indistruttibili, creerebbe nuovi posti di lavoro, attirerebbe investimenti, andrebbe incontro a quella che è la vocazione della nostra nazione per la cultura e le cose belle, darebbe un’apertura internazionale che oggi in molti settori è, purtroppo, assente. Invece, non facciamo nemmeno il minimo indispensabile. L’Italia, è la nazione con il maggior numero di beni culturali protetti dall’Unesco. Non è qualcosa di meramente onorifico, è un’obbligazione giuridica. Come nella PI, anche qui c’è un do ut des. Si ottiene prestigio, pubblicità e aiuto ma in cambio ci si impegna a preservare e promuovere tali beni perché essi non appartengono più solo alla singola nazione che li ospita ma sono patrimonio di tutta l’umanità. Noi non facciamo nemmeno il minimo indispensabile, semplicemente non li teniamo nemmeno in piedi. Pompei vi dice qualcosa?

I palazzi, le chiese, i siti archeologici potrebbero diventare marchi da esportare in tutto il mondo con gadget e merchandising annessi. I musei potrebbero diventare parte integrante della realtà sociale e non posti in cui  si accede facilmente solo se si ha prenotato il biglietto con due settimane d’anticipo. La conservazione del patrimonio culturale vuol dire lavoro per ricercatori (anche in ambito scientifico), storici, esperti di beni culturali. Lo sfruttamento commerciale di esso vuol dire lavoro per soggetti disabili, pensionati, studenti… Poi ci sono coloro che beneficerebbero dell’indotto: ristoranti, alberghi, ostelli, tassisti e così via. Le gente verrebbe e pagherebbe bene perché potremmo offrirgli qualcosa senza pari al mondo.

Un rilancio serio portato avanti con metodi imprenditoriali permetterebbe la creazione di un piano strategico nazionale della durata di 30, 40, 50 anni. Non è ancora troppo tardi per capire che la conservazione e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale è per noi un obbligo internazionale. Non è ancora troppo tardi per capire che con la cultura si mangia!

[Il documento del FAI che ha ispirato questo post lo potete trovare qui: http://www.fondoambiente.it/Sos-FAI/Index.aspx?q=con-la-cultura-si-mangia ]

Una risposta

  1. Purtroppo siamo ancora indietrissimo… Negli USA ad esempio sono capaci di venderti come prezioso reperto archeologico due mattoni del 1850, con tanto di musei e gadget… In Italia invece si spreca un patrimonio incredibile!

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