La società della Proprietà Intellettuale

La proprietà intellettuale è ovunque. E non è un’invenzione recente. Tanto per cambiare è stata inventata in Italia, quando verso la fine del 15º secolo i Veneziani introdussero un sistema molto simile a quello attuale per la protezione dei brevetti: un inventore mette a disposizione i progetti della propria invenzione in cambio di un monopolio temporaneo e di una protezione statuale. Una sorta di accordo bilaterale, do ut des. In un mondo dove una simile protezione veniva abitualmente conferita tramite monopoli regi, il sistema fu rivoluzionario.

È rilevante porsi la domanda del perché i Veneziani introdussero tale sistema. La risposta è semplice ed è anche oggi istruttiva. Se hai vicini scomodi come le grandi monarchie europee, come la Francia e la Spagna o l’Impero Ottomano, devi difenderti. Ma come fa una città stato a tutelarsi contro simili giganti? La risposta è che bisogna puntare sulla qualità. Non appena si diffuse la voce che a Venezia chiunque avesse inventato qualcosa di utile poteva godere di una forma di monopolio, la città si arricchì di tecnologie innovative.

Le nuove tecnologie cominciarono a fare la parte del leone in un mondo che stava uscendo da un medioevo rurale. Ma non si era necessariamente interessati alla qualità. Vigeva la logica del tanto. Quando a metà quattrocento Gutenberg comincia stampare la  Bibbia con una tecnologia che avrebbe cambiato il modo per sempre, il carattere mobile, lo fa per poter stampare tante bibbie. Una Bibbia per tutti era il suo sogno. L’idea della produzione come produzione di massa comincia ad apparire. Ciò non sorprende. La qualità esisteva anche prima: fin dall’antica Grecia esistevano abilissimi artigiani che mettevano il marchio sui loro prodotti o bravi allevatori che marchiavano il proprio bestiame. Ora si vuole efficienza, velocità, quantità.

Gutenberg è solo l’inizio. Nel 18° e 19° secolo le due rivoluzioni industriali segnano l’apice della lotta fra le potenze coloniali per sviluppare nuova tecnologia. La pirateria e lo spionaggio industriale sono tollerati se non addirittura incoraggiati. Occorre tanta efficienza, tanti beni, grandi fabbriche, tante armi, tante navi. Nella seconda metà del 1800 le grandi potenze decidono di porre fine a questa guerra di spie e cominciano a firmare i primi trattati internazionali per la protezione della proprietà industriale, la Convenzione di Parigi (1883), nonché del diritto d’autore, la Convenzione di Berna (1886). Questa corsa verso la supremazia militare e tecnologica culmina con due guerre mondiali inframmezzate da una crisi economica.

Dopo la seconda guerra mondiale, a Bretton Woods, prevale ancora una volta l’idea che è lo scambio commerciale, quindi la quantità di beni scambiati, che può ricostruire il mondo e salvaguardare la pace. Eppure, lentamente qualcosa comincia a cambiare. Il valore del bene mobile fisico in sé declina. L’influenza dei diritti di proprietà intellettuale che tutelano o indicano certe qualità di un prodotto cresce. Nell’ambito dei prodotti di largo consumo il valore della tecnologia si abbassa e quello dei marchi e dei design si alza. Il marchio della Coca-Cola vale come tutti gli immobili posseduti dall’impresa. La tecnologia e i materiali contenuti in un iPhone non valgono nulla in confronto al marchio o al design che essi incorporano e ciò giustifica, parzialmente, il prezzo di vendita di tali prodotti.

In un mondo in cui giganti emergenti producono quantità spropositate di beni a un prezzo iper-competitivo, in Occidente, come nella Venezia del 15º secolo, il concetto di qualità torna a essere strategico. Non è più prevalentemente una qualità di stampo tecnologico. È una qualità legata alla reputazione del produttore, alle tecniche produttive, ai luoghi di produzione. È legata alla mente di chi concepisce il design dei prodotti e di chi tramanda e innova il know-how tradizionale.

Arrivati a questo punto del discorso si potrebbe andare avanti per pagine e pagine. Per ora è meglio fermarsi qui. Gli spunti e le riflessioni circa il futuro della nostra impresa e delle nostre strategie di crescita sono molteplici e ci torneremo. Per ora possiamo concludere ribadendo che da Venezia a oggi siamo sempre vissuti, più o meno senza accorgercene, in una società della proprietà intellettuale.

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